DUE EVENTI SULL’INNOVAZIONE SOCIALE A GENNAIO 2019

DUE EVENTI SULL’INNOVAZIONE SOCIALE A GENNAIO 2019

Forum sull’innovazione sociale in Piemonte

Torino – Mercoledì 23 gennaio 2019

L’incontro, promosso da Open Incet, realizzato nell’ambito del piano WeCaRe – Welfare Cantiere Regionale, vuole essere un’occasione di confronto tra la Commissione Europea, le Regioni e gli operatori, su scenari e prospettive comuni, in cui i modelli e i percorsi realizzati in Piemonte possano trovare vetrina e occasione di conoscenza, approfondimento e trasferibilità. L’evento è gratuito. Sede: c/o Open Incet, via F.Cigna,96

Innovazione sociale e impresa

Rimini –Mercoledì 30 Gennaio 2019

Il 30 Gennaio 2019 l’evento “Innovazione sociale e impresa” a Rimini, con Flaviano Zandonai (sociologo e ricercatore a Euricse, segretario di IRIS network), per riflettere sulla relazione tra profit e non profit. In occasione dell’evento saranno presentate anche alcune buone prassi di innovazione sociale. Sede: Auditorium di RiminiBanca, via Marecchiese 227

Terzo Settore: importanti novità in arrivo con la Riforma

Terzo Settore: importanti novità in arrivo con la Riforma

Dopo un percorso di tre anni, il Consiglio dei Ministri il 12 maggio scorso ha approvato in via preliminare i decreti delegati[1] sul Codice del Terzo Settore, sulla disciplina dell’Impresa sociale e sul 5 per mille, provvedimenti che riguardano un mondo fatto da 300mila entità, un milione circa di lavoratori e 5 milioni di volontari. Il decreto più delicato è quello relativo al Codice unico del Terzo Settore. Esso reca un insieme di disposizioni giuridiche e fiscali che regolamentano la vita degli enti di terzo settore, cui le Associazioni di Volontariato, di Promozione Sociale e Imprese sociali Onlus dovranno adeguarsi entro un anno dall’entrata in vigore dei decreti attuativi, compresa la rivisitazione degli statuti e l’iscrizione (obbligatoria) al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.

Per prima cosa, vengono definiti[2] gli enti del Terzo settore, individuati nelle organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, enti filantropici, imprese sociali, incluse le cooperative sociali, reti associative, società di mutuo soccorso, e ogni altro ente costituito in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma volontaria e di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi. Sono altresì puntualmente individuate le attività di interesse generale esercitate dagli enti del Terzo settore in via esclusiva o principale.

Gli enti del Terzo settore, in base alla loro dimensione, saranno tenuti a pubblicare sul proprio sito internet il bilancio sociale e gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti e agli associati.

 Molto attesa la parte riguardante la nuova impresa sociale: viene definita come “organizzazione privata che svolge attività d’impresa per le finalità di cui all’articolo 1, che destina i propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto sociale ma può remunerare il capitale investito nella misura pari a quanto oggi in vigore per le cooperative a mutualità prevalente, adotta modalità di gestione responsabili e trasparenti, favorisce il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività. I settori di attività delle imprese sociali dovranno essere comprese nelle attività di interesse generale che saranno stabiliti con un decreto del Presidente del Consiglio. Si prevede inoltre l’aumento delle categorie di lavoratori svantaggiati che dovrebbero comprendere anche le nuove forme di esclusione.

Un elemento di novità è rappresentato dal fatto che viene prevista per le organizzazioni del terzo settore la semplificazione della normativa fiscale e l’istituzione di misure di supporto come alcuni strumenti di finanza sociale, l’agevolazione delle donazioni, la costituzione di un fondo presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il consolidamento e una più trasparente regolazione del cinque mille, in cambio di una maggiore trasparenza.

Novità anche per il Servizio civile Universale che si apre ai cittadini stranieri regolarmente residenti, prevede uno status giuridico specifico per i volontari in servizio civile e modalità di accreditamento per gli enti titolari di progetto. Si opera infine un’armonizzazione della normativa su volontariato e promozione sociale, prevedendo la promozione del volontariato anche in collaborazione con il sistema scolastico e la valorizzazione dell’esperienza dei volontari in ambito formativo e lavorativo. I Centri di Servizio per il Volontariato (CSV) potranno essere gestiti anche dagli enti del terzo settore (sebbene negli organi di governo la maggioranza deve essere garantita al volontariato) e i servizi saranno erogati a tutti gli enti che si avvalgono di volontari.

 Un Organismo unico denominato Consiglio Nazionale del Terzo settore accorperà l’Osservatorio del Volontariato e quello dell’Associazionismi di promozione sociale.

 La legge parte con una dotazione finanziaria di circa 190 milioni, di cui 105 milioni a copertura delle misure fiscali e tributarie di favore, ed i restanti 85 andranno per potenziare i Centri di servizio per il volontariato, per istituire il Registro unico del Terzo settore e per il fondo per il Servizio civile.

Da ultimo è prevista l’istituzione di una fondazione di diritto privato “Italia Sociale” per sostenere, con l’apporto di risorse finanziarie e di competenze gestionali, la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi da parte di enti di terzo settore caratterizzati dalla produzione di beni e servizi con elevato impatto sociale e occupazionale.

Per conoscere le novità dei decreti attuativi della Riforma clicca qui

[1] I testi della Legge Delega n. 106/2016 sono ora a disposizione delle Commissioni Parlamentari competenti alla Camera e al Senato e, entro 30 giorni, il Consiglio dei Ministri dovrà chiedere un’intesa sui testi alla Conferenza unificata Stato Regioni. Una volta raggiunta l’intesa, le Commissioni competenti hanno 30 giorni per esprimere pareri obbligatori, ma non vincolanti.

Successivamente l’approvazione dei testi è definitiva: il Consiglio dei Ministri approva i decreti attuativi e li pubblica in Gazzetta Ufficiale. I decreti diventano esecutivi entro un anno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

[2] Dall’art.1.:  Il terzo Settore è “il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi. Non fanno parte del Terzo settore le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche.”
Sharing economy

Sharing economy

Sharing Economy come modello economico innovativo

La sharing economy (in italiano “economia collaborativa” ma letteralmente sta per consumo collaborativo), è un modello economico, alternativo al consumismo classico, basato su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o conoscenze, è un trend di business in forte crescita in tutto il mondo, con grandi ripercussioni anche sociali, come ad esempio la reazione delle imprese tradizionali di taxi di fronte al fenomeno Uber in Italia e in Francia.

I settori

La sharing economy vanta già una ampia gamma di attività in molteplici settori, con esperienze molto consolidate, anche se recenti. La condivisione di case e dei viaggi in auto sono quelle più famose (come Airbnb o Blablacar) ma in tutto il mondo e in Europa risulta difficile censire tutte le attività che si sono avviate e tentare di regolamentare le diverse realtà di “consumo collaborativo”, dai confini spesso incerti tra servizi profit e non-profit e ruoli incerti per chi si dedica a questo tipi di attività innovative. Le piattaforme “collaborative” su cui la sharing economy si è sviluppata consentono ai cittadini di offrire nuovi servizi a prezzi più bassi, senza che vi sia un trasferimento della proprietà di un bene, e promuovono  nuove opportunità di lavoro, orari di lavoro flessibili e nuove fonti di reddito. Ma la sharing economy è anche il coworking, il couchsurfing, , le tante banche del tempo, le varie forme di baratto, ecc. ecc..

Le resistenze

Come tutte le attività innovative produce reazioni da parte dei settori più tradizionali, arroccati nella difesa delle posizioni, anche di rendita, acquisite, ed un forte interesse soprattutto da parte delle nuove generazioni, spinte dalla crisi a reiventarsi come “nuovi imprenditori/lavoratori autonomi”, mettendo a frutto e  producendo reddito marginale dal possesso di una casa o di automobile. Il confronto/conflitto tra chi intende tutelarsi dal “nuovo” ponendo paletti e dando regole e chi, anche per necessità, sta scoprendo nuove opportunità di reddito o di una sua integrazione, rischia di ostacolare lo sviluppo di queste forme di nuova economia basata sull’utilizzo non più esclusivo e privato dei beni e delle proprietà, riscoprendo così anche valori di socialità che sembravano archiviati.

Le normative

L’Europa sta affrontando il fenomeno a diversi livelli: è stata adottata da parte della Commissione Europea  “Un’agenda europea per l’economia collaborativa” che fornisce sia orientamenti agli Stati membri per riesaminare, ed anche modificare, laddove necessario, la legislazione nazionale rispetto a questo settore molto dinamico e in evoluzione sia elementi per chiarire le questioni essenziali dei problemi in campo. La Commissione si fa carico anche di  monitorare le diverse normative nazionali e le tendenze economiche e di seguire l’andamento dei prezzi e della qualità dei servizi erogati, individuando gli ostacoli e problemi. Si vuole così risolvere fenomeni di massa già esplosi,  problemi molto seri e dalle implicazioni socioeconomiche importanti, come trovare il giusto mix tra consumatore e fornitore, tra dipendente e lavoratore autonomo, distinguere tra un cittadino che fornisce servizi su base occasionale e un fornitore di servizi che agisce a titolo professionale.

C’è, come al solito, un ritardo da parte del legislatore nazionale ed europeo nel tentare di porre ordine a fenomeni che hanno già raggiunto una dimensione sovranazionale e con una forte dinamica sociale e culturale innovativa. Un esempio di questo tipo è la proposta di legge italiana  sulla sharing economy (proposta Tentori) che tenta di regolamentare, soprattutto, le  piattaforme digitali con cui si condividono beni e servizi, introducendo una tassa del 10% per i redditi derivanti da queste piattaforme sotto i 10.000€ e un adeguamento alla tassazione standard oltre tale cifra.

La consultazione online sulla stessa proposta di legge del 2016 non ha avuto un grande successo di pubblico, a segnalare il difficile coinvolgimento dei tanti consumatori/clienti/produttori in una proposta di legge che non coglie tutta la varietà del fenomeno della “sharing economy” ma soltanto le sue manifestazioni tecnologiche, come sono le piattaforme su cui alcune attività si sono nel tempo strutturate o che la vuole inscatolare in maniera forzata, come il caso delle piattaforme di crowdfunding.

Una piccola riflessione finale: le normative, quando arrivano tardi, rischiano di essere assolutamente inutili se non dannose. Nel conflitto di interessi tra le diverse realtà di mercato, spesso le nuove finiscono nel tempo per imporsi, finendo esse stesse per diventare “conservatrici” di fronte a quelle ancora più innovative. Ma le innovazioni, come le migrazioni, non si possono fermare.

 

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