IL POLPETTONE DELL’INNOVAZIONE SOCIALE

IL POLPETTONE DELL’INNOVAZIONE SOCIALE

Contrariamente alle tesi di Barbera e Parisi, per i quali l’innovazione sociale è un “polpettone”[1], ovvero un concetto tofu, non definito, vago, continuo a ritenere la definizione (come tutte le definizioni di fenomeni complessi) di innovazione sociale “in progress”, ovvero un processo lento, soprattutto culturale, che, dallo stato embrionale e gassoso, si sta poco alla volta stabilizzando e solidificando, grazie al lavoro quotidiano di organizzazioni che stanno “praticando” nei loro contesti territoriali esperienze innovative, di aziende che hanno assunto l’innovazione sociale come uno dei cardini della propria responsabilità sociale, ma anche di istituzioni comunitarie che da molti anni cercano di orientare e finanziare lo sviluppo di imprese innovative sociali.

Il Regolamento Europeo del 2013[2] definisce l’innovazione sociale come “lo sviluppo e l’attuazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) per soddisfare le esigenze sociali e per creare nuove relazioni sociali o collaborazioni. Si tratta di nuove risposte alle nuove domande sociali volte a migliorare il benessere umano. Innovazioni sociali sia nei loro fini sia nei loro mezzi ma anche capacità di innescare cambiamenti di comportamento, necessari per tentare di risolvere le principali sfide delle società odierne.

Le premesse del volume di barbera e Parisi[3] li porta a spostare l’attenzione su chi sono oggi gli innovatori sociali in Italia e quindi ad indagare, da una parte, la molteplicità dei contesti e, dall’altra, la molteplicità di forme in cui si sono manifestate e concentrate alcune esperienze (ancora non studiate o etichettate) di innovazione sociale. Da tempo[4], ritengo che le piattaforme di crowdfunding, le cooperative di comunità, le startup e gli incubatori (soprattutto quelli sociali) appartengano alla nobile famiglia dell’innovazione sociale. Un plauso sicuramente ai due studiosi che arricchiscono il quadro con i Fab Lab, le imprese recuperate, le monete complementari (anche se , su queste ultime, ci sono distinguo da fare).

La tesi di fondo del libro è che l’innovazione sociale possa affermarsi solo in presenza di una forte azione politica che combatta le tendenze più negative del mercato. Se fosse così, non si spiegherebbe la nascita e la ricchezza di esperienze di innovazione sociale anche in contesti territoriali meno fortunati. L’innovazione sociale vive e cresce nonostante l’assenza di politiche sociali e del lavoro favorevoli. E’ proprio quando la sfera pubblica affievolisce la sua presenza che gli organismi più disparati, sensibili ai bisogni sociali, cercano di trovare soluzioni originali per essi e anche forme di finanziamento dal basso.

[1] Definizione di Filippo Barbera e Tania Parisi presente nel loro recentissimo volume Gli innovatori sociali (Ed.Il Mulino, collana “Studi e Ricerche”, Bologna, 2019)

[2] Art. 9 del Regolamento (UE) 1304/2013 relativo al Fondo sociale europeo; Documento della Commissione europea “Guide to Social Innovation” (2013) e Definizione di innovazione sociale data da Howaldt e Schwarz in Working Paper N. 036/12 (2012)

[3] Opera citata

[4] Vedi blog del sito www.innovazioneperilsociale.it

FORMAZIONE CONTINUA PER L’INNOVAZIONE SOCIALE

FORMAZIONE CONTINUA PER L’INNOVAZIONE SOCIALE

FON.COOP Fondo bilaterale della cooperazione- ha pubblicato l’avviso 42 (con scadenza 11/04/2019per piani formativi pluriaziendal di organizzazioni del Terzo Settore. I piani devono sostenere percorsi di innovazione sociale di questi enti, promuovendo le relazioni tra loro, progetti e iniziative comuni, volte a sviluppare sia capacità di analisi dei nuovi bisogni sociali sia strategie nuove imprenditoriali di filiera. L’avviso è molto interessante perché consente attività non formative di ricerca e di attivazione di partenariati territoriali, accanto ad attività formative specifiche per lo sviluppo di competenze in:

  1. 1. analisi di bisogni delle comunità locali e sviluppo di azioni di animazione economica per la progettazione di interventi di filiera nell’ambito dei servizi di welfare e di comunità;
  2. dialogo con le Pubbliche Amministrazioni per la coprogettazione di interventi di welfare territoriale;
  3. progettazione di nuovi strumenti finanziari finalizzati allo sviluppo delle organizzazioni del Terzo Settore;
  4. coinvolgimento delle realtà imprenditoriali interessate all’innovazione sociale;
  5. aggregazioni territoriali finalizzate alla costruzione di nuovi modelli di welfare;
  6. pratiche sperimentali di valutazione per la misurazione dell’impatto sociale con la partecipazione attiva di utenti e stakeholder.

Link al bando: http://www.foncoop.coop/wp-content/uploads/2019/02/FonCoop_Avviso42-FDR-strategico-TerzoSettore_testo-avviso-08-02-2019-1.pdf

Immagine tratta da: https://gabrielecaramellino.nova100.ilsole24ore.com/2017/12/12/inclusione-sociale-attraverso-linnovazione-sociale/

UN NUOVO MODELLO DI INNOVAZIONE SOCIALE: LE COOPERATIVE DI COMUNITA’

UN NUOVO MODELLO DI INNOVAZIONE SOCIALE: LE COOPERATIVE DI COMUNITA’

Il tema dell’innovazione sociale negli ultimi anni è diventato “di moda”. Se ne è parlato tanto, a volte in modo improprio, ma non è stato fatto un investimento adeguato sui beni relazionali e sulle comunità collaborative che ne sono le precondizioni.Ma, nonostante la crisi di fiducia verso la politica e la rappresentanza, la crisi economica, l’innovazione tecnologica, la contrazione dei servizi pubblici essenziali, o forse grazie ad esse, si sono sviluppate le esperienze di alcune Regioni italiane[1] in cui si è normato in vario modo il fenomeno delle cooperative di comunità che rappresentano un modello di innovazione sociale. In esse i cittadini sono produttori e fruitori di beni e servizi, si creano sinergia e coesione, vengono messe a sistema le attività di cittadini singoli, imprese, associazioni e istituzioni che interpretano le esigenze diverse e plurime, mutualistiche, della comunità cui appartengono (o che eleggono come propria). Centrale nelle cooperative di comunità è il capitale umano: in esse convivono tematiche e valori di cittadinanza attiva, di sussidiarietà, di gestione dei beni comuni e di solidarietà.Tutte le leggi regionali hanno prese le mosse dall’articolo 24 del Decreto Legge 133/2014 “Sblocca Italia”: Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio” [2]. Il decreto, coerente con la strategia governativa di quel periodo di rilancio delle aree interne e periferiche del nostro paese, è stato l’ultimo atto statale sulle cooperative di comunità, strutture che operano lungo le “faglie”[3], gli interstizi tra pubblico e privato, tra produzione e consumo, tra lavoro volontario e lavoro retribuito, terreno che, da residuale e marginale, sta acquisendo dignità e dimensione economica, dimostrando le potenzialità di questi fenomeni sociali[4].Perché il fenomeno della cooperazione di comunità possa dispiegare tutte le sue potenzialità occorre da una parte “non avvelenare” i pozzi ricreando fiducia reciproca, dall’altra parte dare una veste giuridica nazionale di riferimento per tutti gli innovatori sociali di Italia a qualsiasi latitudine essi si trovino.

L’immagine è tratta dall’Avviso della Regione Toscana del 2018

[1] Le Regioni che hanno approvato norme sulle cooperative di comunità lo hanno fatto in modi e forme diverse: Puglia, Liguria, Abruzzo hanno approvato leggi ad hoc; Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana hanno inserito articoli dedicati nelle loro leggi regionali sulla cooperazione.
[2] I comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Gli interventi possono riguardare la pulizia, la manutenzione, l’abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano. In relazione alla tipologia dei predetti interventi, i comuni possono deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. L’esenzione e’ concessa per un periodo limitato e definito, per specifici tributi e per attività individuate dai comuni, in ragione dell’esercizio sussidiario dell’attività posta in essere. Tali riduzioni sono concesse prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute.”
[3] Libro bianco “La cooperazione di comunità. Azioni e politiche per consolidare le pratiche e sbloccare il potenziale di imprenditoria comunitaria” di Carlo Borzaga, Gianluca Salvatori, Jacopo Sforzi e Flaviano Zandonai, Riccardo Bodini e Pierangelo Mori, Euricse, Trento, 2016.
[4] Che i ruoli di produttore e consumatore avrebbero cominciato a confondersi e ad intesecarsi fu profezia di Alvin Toffler nel suo  libro The Third Wave, del 1980, in cui arrivò a coniare per la prima volta il termine “prosumer”.

 

POLITICHE DI INNOVAZIONE SOCIALE E LORO IMPATTO

POLITICHE DI INNOVAZIONE SOCIALE E LORO IMPATTO

La ricerca “LE POLITICHE REGIONALI PER L’INNOVAZIONE SOCIALE IN ITALIA”, a cura di Giovanni Vita per l’Editoriale VITA, si concentra sulle azioni direttamente o indirettamente riconducibili all’innovazione sociale (come da Regolamento UE n. 1296/2013) condotte tra il 2015 e il 2018.

La ricerca, che si basa su un indice che tiene conto di 4 fattori (1. numero e qualità degli interventi; 2. spesa sostenuta in interventi; 3. ambiti di intervento; 4. dotazione istituzionale-organizzativa) ha individuato tre ‘macroregioni’ di innovazione sociale relativamente al livello di implementazione dell’innovazione sociale. Il panorama è quello di tre zone d’Italia non assimilabili al quadro economico o demografico come si tende ad immaginare l’Italia. La macroregione a più alta densità di interventi di innovazione sociale è costituita da Trentino Alto-Adige, Piemonte, Puglia e Toscana.  Quella più debole è costituita da Marche, Molise, Calabria, Valle d’Aosta, Liguria, Campania, Lazio, Basilicata e Friuli Venezia Giulia. Tutte le altre costituiscono la macroregione di “mezzo” con Lombardia, Veneto, Emilia Romagna per arrivare alla Sicilia e alla Sardegna, passando per regioni del centro Italia come l’Abruzzo e l’Umbria.

I dati che emergono sono sicuramente interessanti per l’immagine delle politiche regionali di innovazione sociale caratterizzate da profonde differenze. Ma, come si afferma esplicitamente, la ricerca si concentra più sui numeri assoluti dell’implementazione a monte dell’innovazione sociale nelle politiche regionali che non sulla valutazione dell’impatto, che è, secondo noi, l’elemento fondamentale per verificare l’efficacia degli interventi e dei finanziamenti comunitari su cui finora c’è un forte (e colpevole) ritardo da parte delle istituzioni regionali che continuano a non assumere tra le proprie politiche quella della “valutazione” a posteriori degli interventi impedendone una loro comparazione.

link a slide: http://www.vita.it/it/article/2019/01/25/la-mappa-dellinnovazione-sociale-regione-per-regione/150420/

EDUCAZIONE ALL’INNOVAZIONE SOCIALE?

EDUCAZIONE ALL’INNOVAZIONE SOCIALE?

Segnalo un interessante e recentissimo articolo sul progetto NEMESIS, portato avanti da SIC-Comunità dell’Innovazione Sociale. Si tratta di un progetto Horizon 2020 (iniziato nel 2018 con durata fino al 2021) che riunisce istruzione e innovazione sociale per potenziare i changemakers di domani. Al momento ci sono dieci scuole coinvolte da cinque paesi europei e un secondo pilota inizierà a settembre 2019. I professionisti dell’innovazione sociale sono incoraggiati ad aderire e diventare parte della banca dati NEMESIS.

Testo: Nell’ultima riunione della SIC-Comunità per l’Innovazione Sociale a Siviglia, molte conversazioni ruotavano intorno a come promuovere una cultura dell’innovazione sociale, come incorporare la sua pratica nella società. Nel progetto NEMESIS crediamo che ci sia una risposta ovvia a questo: l’istruzione.

Se vuoi cambiare il futuro, potenzia gli studenti in modo che siano in grado di effettuare cambiamenti. Aiutali a sviluppare le abilità e le competenze che permetteranno loro di raggiungere la loro visione. Da qui il motto del nostro progetto: riunire educazione e innovazione sociale per potenziare i cambiatori del domani.

Contrariamente all’attuale moda, non ci concentriamo sulle università, ma sull’istruzione primaria e secondaria (dai 6 ai 18 anni). Perché, parafrasando Donna Haraway, per immaginare il cambiamento bisogna sentire che il cambiamento è possibile, e la scuola è dove tutto comincia.

Il nostro approccio è diverso dall’educazione all’imprenditorialità, che è principalmente focalizzata sull’occupabilità (auto). Invece, sottolineiamo la capacità collettiva di identificare e affrontare i problemi sociali, promuovendo competenze come l’empatia e la resilienza sociale. In realtà, etichettiamo ciò che facciamo come “educazione dell’innovazione sociale” e lo definiamo come un “processo di apprendimento collaborativo e collettivo per l’empowerment e l’attivazione socio-politica degli studenti – per guidare il cambiamento sociale, indipendentemente dalla loro carriera professionale”.

Il tipo di progetti sviluppati dalle scuole partecipanti va da un progetto integrale per migliorare il cortile della scuola (tra cui una brigata ecologica, un orto comunitario e un’area giochi con materiali riciclati), a un mercato dell’usato in un’area privata; da un’applicazione che consente alle persone non vedenti di accedere alle informazioni sui monumenti della città, al rinnovamento di una casa di comunità per bambini con difficoltà sociali e comportamentali. Una tale varietà dimostra le ampie prospettive di innovazione sociale e il loro alloggio nell’istruzione.

Tutti questi progetti sono emersi in una discussione aperta e condivisa tra insegnanti, studenti, genitori, professionisti dell’innovazione sociale e altri membri della comunità – inclusi, in alcuni casi, membri del comune. La diversità dei progetti sviluppati è evidente nel tipo di professionisti dell’innovazione sociale coinvolti: imprenditori, ONG, attivisti della società civile, membri degli orti comunitari …

Gli incontri di discussione generativa sono chiamati laboratori di co-creazione, e sono il pezzo fondamentale del nostro modello educativo proposto, poiché è lì dove avviene la magia: dove i silos si rompono e diversi attori si riuniscono per condividere le loro opinioni, utilizzando metodologie partecipative (…) i progetti non sono diretti da insegnanti o genitori anziché da studenti.

Il nostro obiettivo finale? Che questi approcci collaborativi e di innovazione sociale siano più ampiamente apprezzati e adottati nelle scuole, lentamente permeando la loro cultura, facendosi strada nei programmi di studio e, di conseguenza, rafforzando le connessioni tra le classi e l’ambiente locale. Ci sono sfide da superare – dai diversi gradi di autonomia scolastica in tutta Europa alle difficoltà di cambiare i modelli organizzativi all’interno delle scuole. Tuttavia, ci aspettiamo che il progetto superi questi confini e sia un trampolino di lancio nell’introduzione dell’educazione all’innovazione sociale nelle scuole.

L’attuale frase di Haraway citata in precedenza recita come segue: “anche per immaginare la destabilizzazione, bisogna essere formati in un momento sociale in cui il cambiamento è possibile, quando le persone producono significati diversi in molti altri ambiti della vita” (dal suo libro del 1989 Visioni primarie: Genere, razza e natura nel mondo della scienza moderna). Poiché l’innovazione sociale sta guadagnando slancio tra settori e attori politici, è il momento perfetto per introdurre la sua filosofia, i suoi valori e le sue abilità alle nuove generazioni; perché sono il cambiamento a venire.

https://www.siceurope.eu

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