UN NUOVO MODELLO DI INNOVAZIONE SOCIALE: LE COOPERATIVE DI COMUNITA’

UN NUOVO MODELLO DI INNOVAZIONE SOCIALE: LE COOPERATIVE DI COMUNITA’

Il tema dell’innovazione sociale negli ultimi anni è diventato “di moda”. Se ne è parlato tanto, a volte in modo improprio, ma non è stato fatto un investimento adeguato sui beni relazionali e sulle comunità collaborative che ne sono le precondizioni.Ma, nonostante la crisi di fiducia verso la politica e la rappresentanza, la crisi economica, l’innovazione tecnologica, la contrazione dei servizi pubblici essenziali, o forse grazie ad esse, si sono sviluppate le esperienze di alcune Regioni italiane[1] in cui si è normato in vario modo il fenomeno delle cooperative di comunità che rappresentano un modello di innovazione sociale. In esse i cittadini sono produttori e fruitori di beni e servizi, si creano sinergia e coesione, vengono messe a sistema le attività di cittadini singoli, imprese, associazioni e istituzioni che interpretano le esigenze diverse e plurime, mutualistiche, della comunità cui appartengono (o che eleggono come propria). Centrale nelle cooperative di comunità è il capitale umano: in esse convivono tematiche e valori di cittadinanza attiva, di sussidiarietà, di gestione dei beni comuni e di solidarietà.Tutte le leggi regionali hanno prese le mosse dall’articolo 24 del Decreto Legge 133/2014 “Sblocca Italia”: Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio” [2]. Il decreto, coerente con la strategia governativa di quel periodo di rilancio delle aree interne e periferiche del nostro paese, è stato l’ultimo atto statale sulle cooperative di comunità, strutture che operano lungo le “faglie”[3], gli interstizi tra pubblico e privato, tra produzione e consumo, tra lavoro volontario e lavoro retribuito, terreno che, da residuale e marginale, sta acquisendo dignità e dimensione economica, dimostrando le potenzialità di questi fenomeni sociali[4].Perché il fenomeno della cooperazione di comunità possa dispiegare tutte le sue potenzialità occorre da una parte “non avvelenare” i pozzi ricreando fiducia reciproca, dall’altra parte dare una veste giuridica nazionale di riferimento per tutti gli innovatori sociali di Italia a qualsiasi latitudine essi si trovino.

L’immagine è tratta dall’Avviso della Regione Toscana del 2018

[1] Le Regioni che hanno approvato norme sulle cooperative di comunità lo hanno fatto in modi e forme diverse: Puglia, Liguria, Abruzzo hanno approvato leggi ad hoc; Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana hanno inserito articoli dedicati nelle loro leggi regionali sulla cooperazione.
[2] I comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Gli interventi possono riguardare la pulizia, la manutenzione, l’abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano. In relazione alla tipologia dei predetti interventi, i comuni possono deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. L’esenzione e’ concessa per un periodo limitato e definito, per specifici tributi e per attività individuate dai comuni, in ragione dell’esercizio sussidiario dell’attività posta in essere. Tali riduzioni sono concesse prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute.”
[3] Libro bianco “La cooperazione di comunità. Azioni e politiche per consolidare le pratiche e sbloccare il potenziale di imprenditoria comunitaria” di Carlo Borzaga, Gianluca Salvatori, Jacopo Sforzi e Flaviano Zandonai, Riccardo Bodini e Pierangelo Mori, Euricse, Trento, 2016.
[4] Che i ruoli di produttore e consumatore avrebbero cominciato a confondersi e ad intesecarsi fu profezia di Alvin Toffler nel suo  libro The Third Wave, del 1980, in cui arrivò a coniare per la prima volta il termine “prosumer”.

 

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