Sharing economy

Sharing economy

Sharing Economy come modello economico innovativo

La sharing economy (in italiano “economia collaborativa” ma letteralmente sta per consumo collaborativo), è un modello economico, alternativo al consumismo classico, basato su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o conoscenze, è un trend di business in forte crescita in tutto il mondo, con grandi ripercussioni anche sociali, come ad esempio la reazione delle imprese tradizionali di taxi di fronte al fenomeno Uber in Italia e in Francia.

I settori

La sharing economy vanta già una ampia gamma di attività in molteplici settori, con esperienze molto consolidate, anche se recenti. La condivisione di case e dei viaggi in auto sono quelle più famose (come Airbnb o Blablacar) ma in tutto il mondo e in Europa risulta difficile censire tutte le attività che si sono avviate e tentare di regolamentare le diverse realtà di “consumo collaborativo”, dai confini spesso incerti tra servizi profit e non-profit e ruoli incerti per chi si dedica a questo tipi di attività innovative. Le piattaforme “collaborative” su cui la sharing economy si è sviluppata consentono ai cittadini di offrire nuovi servizi a prezzi più bassi, senza che vi sia un trasferimento della proprietà di un bene, e promuovono  nuove opportunità di lavoro, orari di lavoro flessibili e nuove fonti di reddito. Ma la sharing economy è anche il coworking, il couchsurfing, , le tante banche del tempo, le varie forme di baratto, ecc. ecc..

Le resistenze

Come tutte le attività innovative produce reazioni da parte dei settori più tradizionali, arroccati nella difesa delle posizioni, anche di rendita, acquisite, ed un forte interesse soprattutto da parte delle nuove generazioni, spinte dalla crisi a reiventarsi come “nuovi imprenditori/lavoratori autonomi”, mettendo a frutto e  producendo reddito marginale dal possesso di una casa o di automobile. Il confronto/conflitto tra chi intende tutelarsi dal “nuovo” ponendo paletti e dando regole e chi, anche per necessità, sta scoprendo nuove opportunità di reddito o di una sua integrazione, rischia di ostacolare lo sviluppo di queste forme di nuova economia basata sull’utilizzo non più esclusivo e privato dei beni e delle proprietà, riscoprendo così anche valori di socialità che sembravano archiviati.

Le normative

L’Europa sta affrontando il fenomeno a diversi livelli: è stata adottata da parte della Commissione Europea  “Un’agenda europea per l’economia collaborativa” che fornisce sia orientamenti agli Stati membri per riesaminare, ed anche modificare, laddove necessario, la legislazione nazionale rispetto a questo settore molto dinamico e in evoluzione sia elementi per chiarire le questioni essenziali dei problemi in campo. La Commissione si fa carico anche di  monitorare le diverse normative nazionali e le tendenze economiche e di seguire l’andamento dei prezzi e della qualità dei servizi erogati, individuando gli ostacoli e problemi. Si vuole così risolvere fenomeni di massa già esplosi,  problemi molto seri e dalle implicazioni socioeconomiche importanti, come trovare il giusto mix tra consumatore e fornitore, tra dipendente e lavoratore autonomo, distinguere tra un cittadino che fornisce servizi su base occasionale e un fornitore di servizi che agisce a titolo professionale.

C’è, come al solito, un ritardo da parte del legislatore nazionale ed europeo nel tentare di porre ordine a fenomeni che hanno già raggiunto una dimensione sovranazionale e con una forte dinamica sociale e culturale innovativa. Un esempio di questo tipo è la proposta di legge italiana  sulla sharing economy (proposta Tentori) che tenta di regolamentare, soprattutto, le  piattaforme digitali con cui si condividono beni e servizi, introducendo una tassa del 10% per i redditi derivanti da queste piattaforme sotto i 10.000€ e un adeguamento alla tassazione standard oltre tale cifra.

La consultazione online sulla stessa proposta di legge del 2016 non ha avuto un grande successo di pubblico, a segnalare il difficile coinvolgimento dei tanti consumatori/clienti/produttori in una proposta di legge che non coglie tutta la varietà del fenomeno della “sharing economy” ma soltanto le sue manifestazioni tecnologiche, come sono le piattaforme su cui alcune attività si sono nel tempo strutturate o che la vuole inscatolare in maniera forzata, come il caso delle piattaforme di crowdfunding.

Una piccola riflessione finale: le normative, quando arrivano tardi, rischiano di essere assolutamente inutili se non dannose. Nel conflitto di interessi tra le diverse realtà di mercato, spesso le nuove finiscono nel tempo per imporsi, finendo esse stesse per diventare “conservatrici” di fronte a quelle ancora più innovative. Ma le innovazioni, come le migrazioni, non si possono fermare.

 

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